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Set 06

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SERGIO FERRARIS INTERVISTA PAUL CONNET–SERGIO FERRARIS INTERVIEW PAUL CONNET

 

 

SERGIO FERRARIS INTERVISTA PAUL CONNET

a cura di Sergio Ferraris, intervista a Paul Connett


Ecco gli ingredienti della ricetta Zero Waste: condividere e comunicare le buone pratiche e i risultati raggiunti dalle comunità perché l’esempio è fondamentale. E non delegare la ricerca delle soluzioni agli esperti di sostenibilità: anche gli artisti devono dare il loro contributo. 

Paul Connett è considerato il “padre” di Zero Waste strategy, purtroppo spesso diventata uno slogan quasi privo di contenuti. Lo abbiamo incontrato per farci dire quale sia lo stato dell’arte di questa strategia, quali sono i suoi possibili sviluppi e quali i prossimi passi da adottare. Per prima cosa – afferma – bisogna puntare sulle comunità, aumentando la loro consapevolezza sui vantaggi ambientali ed economici contemplati da questo programma.

 

La strategia Rifiuti Zero ha un largo consenso tra gli ambientalisti ma fatica ad affermarsi. Perché?

“Il problema chiave è la perdita, o meglio l’assenza, di leadership politica. I politici italiani che incontro, per esempio, mi dicono sempre che in Italia c’è un problema culturale sulla strategia Rifiuti Zero, perché gli italiani al riguardo non hanno un atteggiamento positivo. Ebbene, è falso: quando due comunità simili, distanti tre chilometri l’una dall’altra hanno un tasso di raccolta differenziata molto diverso, una del 17% e l’altra dell’80%, di sicuro l’aspetto culturale non c’entra, perché la cultura non cambia in un ambito così ristretto. Ciò che può cambiare è la guida politica.”

E quindi cosa bisogna fare?

“Occorre partire dalle comunità, lavorando con alcuni ‘ingredienti’. Per prima cosa, ovviamente, bisogna applicare la raccolta differenziata, quindi occorre organizzare la comunità. Ma serve anche creatività, avere il contributo di persone creative che sappiano trovare soluzioni. Non solo: bisogna coinvolgere i bambini che sono creativi per eccellenza e garantiscono il futuro della filiera Rifiuti Zero. Per finire, occorre un’ottima comunicazione. Questi sono i ‘pezzetti’ della strategia Rifiuti Zero che possono diventare sapere collettivo ed essere condivisi, anche attraverso internet, tra le diverse comunità per risolvere i problemi.”

Quindi è necessario un approccio anche sociologico, oltre che tecnologico?

“Soprattutto sociologico. Ormai il problema dei rifiuti è più sociale che tecnologico: le soluzioni risiedono in una migliore organizzazione, una migliore educazione e – solo alla fine – in una migliore progettazione industriale. Va poi considerato che la questione rifiuti si inserisce in un contesto più ampio. È solo uno dei pezzi di ciò che abbiamo bisogno per affrontare tutta una serie di problemi legati alla sostenibilità. Rischiamo eventi catastrofici e ci occorre il contributo di tutte le discipline – sia scientifiche sia umanistiche – per risolvere i problemi. Abbiamo bisogno di agricoltura, architettura, energia, comunità, industrie, tutte ovviamente sostenibili.”

Serve la massima interdisciplinarietà, quindi. Giusto?

“Sì. E soprattutto non dobbiamo confinare il ragionamento e delegare la ricerca delle soluzioni solo agli esperti di sostenibilità. Occorre, invece, il contributo di tutte le discipline anche se sono lontanamente legate alla sostenibilità: non solo economia, fisica e chimica, ma anche pittura, musica e poesia. Così come servono menti illuminate che lavorino nelle proprie discipline alle tematiche legate alla sostenibilità. Si tratta della più grande sfida che dobbiamo affrontare dalla fine della Seconda guerra mondiale”.

Tutto qui?

“Assolutamente no. Oltre a ciò c’è anche un aspetto psicologico molto importante: se si vuole avere successo con la strategia Rifiuti Zero è necessario coinvolgere fin dall’inizio un gran numero di persone. Come esseri umani, infatti, abbiamo bisogno di vedere degli esempi riusciti che funzionino da propulsore psicologico così da attivare nuovi processi in altre comunità e sviluppare dal basso il movimento Rifiuti Zero. Le comunità quando raggiungono un buon risultato – anche semplicemente sul fronte della raccolta differenziata – diventano loro stesse, con il loro orgoglio, dei propulsori psicologici per altre comunità, vicine o lontane. Inoltre, i successi nella strategia dei rifiuti possono essere utili per sviluppare altri pezzi della sostenibilità locale, nell’ambito delle rinnovabili o delle coltivazioni biologiche, e così via. Per esempio si può usare il compost prodotto da una comunità nella lotta contro i pesticidi, gli Ogm e i cambiamenti climatici. Il tutto nella stessa comunità e comunicandolo ad altre. L’esempio è fondamentale nel diffondere la strategia Rifiuti Zero.”

Per arrivare ad azzerare i rifiuti bisogna riutilizzare i materiali provenienti dalla raccolta differenziata, ma spesso sono i comitati locali a opporsi ai nuovi impianti. Come si risolve questa contraddizione?

“Penso che si debba cominciare dal basso. Bisogna capire quali sono le esigenze delle comunità. Io personalmente, negli anni, ho fatto circa 2.500 presentazioni della strategia Rifiuti Zero alle comunità. Sia per capire ciò che le comunità vogliono, sia ciò che possono fare. Penso che in futuro ci saranno parecchie tensioni. Dobbiamo dire alle comunità che da una parte ci sono le multinazionali che puntano a sfruttare le risorse del pianeta fin che possono, mentre dall’altra abbiamo loro che vogliono proteggersi, proteggendo queste risorse. In questo quadro bisogna insegnare alle comunità che non devono dare ad altri le proprie risorse, a cominciare dai rifiuti che sono un valore che può creare lavoro e piccoli business all’interno della comunità stessa. E così bisognerebbe fare anche con il cibo. Ci sta provando l’Italia con il movimento Slow Food che sta sperimentando le filiere corte che si sposano perfettamente con la filosofia Rifiuti Zero e con la riduzione delle emissioni. E la filiera corta vale anche per l’energia che deve diventare decentralizzata e prodotta vicino alle zone d’utilizzo. Se si mette assieme tutto ciò con questo approccio si vincono anche le possibili resistenze delle comunità locali verso parti della strategia Rifiuti Zero”.

Ci può fare qualche esempio, magari in nazioni diverse?

“Sì, ma voglio precisare che non sono le nazioni a riciclare i rifiuti e a mettere a punto la strategia Rifiuti Zero: sono le comunità che dobbiamo osservare, altrimenti partiamo con un approccio sbagliato. Una soluzione trovata da una comunità può non essere valida in un’altra, per esempio per aspetti legati alla demografia. In America, per esempio, si deve guardare a ciò che fa San Francisco, non alla California o agli Stati Uniti. In Italia, bisogna guardare a Treviso o a Capannori per trovare delle possibili soluzioni. Prendiamo come esempio la gestione dell’umido, nella quale ci sono tre comunità al mondo da studiare con attenzione. Parlo di San Francisco, Milano e New York che stanno affrontando questo problema con un approccio differente, visto che ognuna di queste città è molto diversa dall’altra.”

 

Quali sono i tempi per arrivare all’obiettivo Rifiuti Zero? 

“Il timing è diverso per ogni comunità. Possiamo, però, guardare cosa è successo in passato. La strategia Rifiuti Zero è partita in Australia nel 1996 quando il governo varò una legge sui rifiuti che prevedeva una loro drastica riduzione. Obiettivo: non avere rifiuti entro il 2010. Si trattava di un segnale importante che arrivò in California dove si fece una legge analoga con cui si richiedeva che ogni comunità gestisse il 50% dei rifiuti in maniera diversa dallo smaltirli in discarica o destinarli all’incenerimento. In seguito a questo in California si arrivò rapidamente ad avere 300 comunità che raggiunsero quest’obiettivo risparmiando denaro. Così molte persone videro che questi risultati erano a portata di mano e iniziarono a chiedere: ‘perché non alzare l’obiettivo al 60, al 70 o all’80%? O puntare a quello dell’Australia?’. E allora alcune comunità come quella di San Francisco passarono dall’obiettivo ‘No Waste’ a ‘Zero Waste’. Sembra un passaggio da poco, ma non lo è. Il secondo slogan consente di comunicare ai cittadini la distanza dall’obiettivo ed è molto più efficace.”

Bene. Ma dove la strategia Rifiuti Zero è applicata quanto siamo distanti dall’obiettivo?

“Attualmente ci sono due posti al mondo dove questa strategia è in piena corsa. Il primo è San Francisco dove siamo oltre l’80% di raccolta differenziata, non c’è incenerimento e si punta al 100% – ossia a Rifiuti Zero – entro il 2020. L’altro, e ne rimarrà sorpreso, è l’Italia dove ci sono i peggiori esempi al mondo di gestione dei rifiuti, ma anche alcuni dei migliori. Oggi in Italia ci sono oltre 1.000 comunità che superano il 60% di raccolta differenziata, 300 sono oltre l’80% e alcune di queste oltre al 90%. E il tutto è stato ottenuto in periodi molto brevi.”

L’Italia alla guida della sostenibilità. È sicuro?

“Sì. Oggi alle comunità sono necessari acqua pulita, cibo buono, un’alta qualità dell’agricoltura e della vita. E l’Italia ha tutto ciò in abbondanza. Sotto questo profilo siete dei miliardari rispetto alla media degli abitanti degli Stati Uniti; ci credo al punto che quando mi chiedono dove vorrei vivere, rispondo in Italia. E tutto ciò senza considerare il patrimonio paesaggistico, artistico e culturale. Questa è la mia sessantanovesima visita in Italia e ci torno sempre volentieri perché siete un vero laboratorio a cielo aperto per la sostenibilità. Non ovunque per la verità, ma ciò vale per almeno un migliaio di comunità italiane. E non è poco.”

Bene, però uno dei problemi in Italia è il lavoro. La strategia Rifiuti Zero può contribuire alla creazione di lavoro?

“Sì, di sicuro la strategia Rifiuti Zero offre parecchie opportunità, molte di più dell’incenerimento che al riguardo è un ‘buco nero’. Prendiamo, per esempio, il settore del riuso e della riparazione. Oggi in questo settore abbiamo già degli impieghi legati alle operazioni di manutenzione, riuso e riparazione, e che possono essere incrementati. Ma non abbiamo chi lavora alla formazione delle persone alle quali insegnare come riparare e riutilizzare gli oggetti. Ecco nuova occupazione. Oltre a ciò si possono sviluppare lavori nel riutilizzo del materiale edile e nel suo adattamento nelle nuove costruzioni. Si tratta di attività che nelle filiere convenzionali non esistono ma che possono produrre nuovi occupati. Ed è una filiera articolata che ha un flusso e non produce posti di lavoro a termine e quindi precarietà. Una persona senza alcuna formazione, per esempio, può iniziare a lavorare nella separazione dei rifiuti e poi magari passare alla riparazione, migliorando la propria posizione lavorativa.”

Oggi c’è molta più ricerca scientifica, sul riciclo e più in generale sulla gestione dei rifiuti rispetto al passato. Secondo lei siamo sulla buona strada?

“Penso di sì. Oggi molti ricercatori, scienziati e studenti si occupano di ciò, stimolati dai dieci punti della strategia Rifiuti Zero. Abbiamo bisogno di ricerca in special modo sul compostaggio, sul riuso e la riparazione e sull’incremento della differenziazione nelle grandi città. Non solo: dobbiamo sviluppare nuovi sistemi per separare meglio la frazione residua e ottenere più materiale da riciclare, e per eliminare il più possibile le sostanze tossiche e ottenere così una maggiore frazione organica utile per il compost.”

Solo sui sistemi possiamo fare ricerca, quindi?

“C’è un settore molto importante dove occorre molta ricerca: quello del design. I prodotti devono essere progettati per essere riutilizzati e riciclati e anche su ciò bisogna coinvolgere le migliori menti che abbiamo perché è un settore strategico per raggiungere l’obiettivo Rifiuti Zero. E l’Italia in questo può avere un ruolo molto importante perché ha alcuni tra i migliori progettisti e designer del mondo. Penso che se gli italiani non riescono a migliorare il design di un oggetto, nessuno altro può farlo.”

SERGIO FERRARIS INTERVIEW PAUL CONNET

edited by Sergio Ferraris, interview with Paul Connett

Here are the ingredients of Zero Waste recipe: share and communicate good practices and community achievements because the example is crucial. And do not delegate the search for solutions to sustainability experts: artists must also contribute

Paul Connett is considered the “father” of Zero Waste strategy, unfortunately often become a slogan almost free of content. We met him to let us know what the state of the art of this strategy is, what are its possible developments and what steps to take. Firstly – he says – we need to focus on communities, raising their awareness of the environmental and economic benefits covered by this program.

The Zero Waste Strategy has a wide consensus among environmentalists but struggling to establish itself. Why?

“The key problem is the loss, or rather the absence, of political leadership. The Italian politicians I meet, for example, always tell me in Italy that there is a cultural problem on the Zero Waste strategy, because the Italians do not have a positive attitude on it. Well, it is false: when two similar communities, three kilometers distant from each other, have a very different differentiated collection rate, one of 17% and the other of 80%, the cultural aspect certainly does not, comes in, because culture does not change in such a narrow context. What can change is political guidance. “

So what do you have to do?

“We need to leave the community, working with some ‘ingredients’. First, of course, we need to apply separate collection, so we need to organize the community. But it also needs creativity, the contribution of creative people who can find solutions. Not only that, we need to involve children who are creative excellently and guarantee the future of the Zero Waste Chain. Finally, we need a good communication. These are the ‘pieces’ of the Zero Waste Strategy that can become collective knowledge and shared, even across the internet, across communities to solve problems.

“So a sociological approach, as well as a technological approach, is needed?

“Especially sociological. Now the problem of waste is more social than technological: solutions lie in better organization, better education and – just in the end – in better industrial design. It should also be considered that the waste issue is part of a wider context. It is just one of the pieces of what we need to address a whole series of sustainability issues. We risk catastrophic events and we need the contribution of all disciplines – both scientific and humanistic – to solve the problems. We need agriculture, architecture, energy, communities, industries, all of which are of course sustainable. ”

It requires utmost interdisciplinarity, then. Right?

“Yup. And above all, we must not confine our reasoning and delegate the search for solutions only to sustainability experts. The contribution of all disciplines, however, is far from being linked to sustainability: not just economics, physics and chemistry, but also painting, music and poetry. Just as light enlightened minds work in their own disciplines on sustainability issues. This is the biggest challenge we have to face from the end of World War II. ”

That’s all?

“Absolutely not. In addition, there is also a very important psychological aspect: if you want to succeed with the Zero Waste strategy you must involve a large number of people from the start. As human beings, we need to see successful examples that work as a psychological propulsion so as to trigger new processes in other communities and develop from below the Zero Waste Movement. Communities when they achieve a good result – even simply on the face of the differentiated collection – become themselves, with their pride, psychological propulsion for other, nearby or distant communities. In addition, successes in the waste strategy can be useful in developing other pieces of local sustainability, renewable energy, or organic crops, and so on. For example, you can use the compost produced by a community in the fight against pesticides, GMOs and climate change. All in the same community and communicating it to others. The example is fundamental in spreading the Zero Waste Strategy. ”

To get rid of waste, we need to reuse the materials from the separate collection, but often the local committees are opposed to new plants. How do you solve this contradiction?

“I think we should start from the bottom. We need to understand what the needs of communities are. Personally, over the years, I’ve made about 2,500 presentations of the Zero Waste Strategy to communities. Be it to understand what the communities want, what they can do. I think there will be several tensions in the future. We have to say to the communities that on the one hand there are multinationals that aim to exploit the resources of the planet as far as they can, while on the other we have them who want to protect ourselves, protecting these resources. In this framework, we need to teach communities that do not have to give others their resources, starting with waste that is a value that can create work and small business within the community itself. And so it should be done with the food. We are experiencing Italy with the Slow Food movement that is experiencing short chains that marry perfectly with the Zero Waste philosophy and with the reduction of emissions. And the short chain also applies to the energy that needs to be decentralized and produced near the use areas. If you put together all this with this approach you will also win the possible resistance of local communities towards parts of the Zero Waste Strategy. ”

Can there be some examples, maybe in different nations?

“Yes, but I want to point out that it is not the nations to recycle waste and to develop the Zero Waste strategy: it is the communities that we have to observe, otherwise we start with a wrong approach. A solution found by a community may not be valid in another, for example, in aspects related to demographics. In America, for example, one must look at what San Francisco does, not California or the United States. In Italy, you have to look at Treviso or Capannori to find possible solutions. Take as an example the management of humidity, in which there are three communities in the world to be studied carefully. I speak of San Francisco, Milan and New York who are addressing this issue with a different approach, since each of these cities is very different from the other. ”

THOUSANDS WAS ZERO WASTE

1) Source Separation

2) Door-to-door collection

3) Composition

4) Recycling

5) Waste Reduction

6) Reuse and Repair

7) Timely picking

8) Waste Recovery

9) Research and Redesign Center

10) Resetting the waste

 

What is the time to reach the Zero Waste Target?

“Timing is different for each community. We can, however, look at what happened in the past. The Zero Waste Strategy started in Australia in 1996 when the government set up a waste law that included a drastic reduction. Objective: to have no waste by 2010. This was an important signal that he arrived in California where a similar law was made that required every community to handle 50% of the waste in a different way from disposing them in landfills or destined for incineration . As a result of this, California quickly came to have 300 communities that achieved this goal by saving money. So many people saw that these results were at their fingertips and began to ask: ‘Why not raise the goal at 60, 70 or 80%? Or do you point to that of Australia? ‘ And then some communities like San Francisco passed from ‘No Waste’ to ‘Zero Waste’. It seems like a recent passage, but it is not. The second slogan allows you to communicate the distance to the target and is much more effective. ”

Good. But where does the Waste Zero strategy apply as far as we are away from the goal?

“There are currently two places in the world where this strategy is in full swing. The first is San Francisco where we are over 80% separate waste, there is no incineration and we aim at 100% – that is, to Zero Waste – by 2020. The other, and will be surprised, is Italy where there are the worst examples in the world of waste management, but also some of the best. Today in Italy there are over 1,000 communities that exceed 60% of differentiated waste, 300 are over 80%, and some of them over 90%. And everything was done in very short periods. “

Italy to guide sustainability. It’s safe?

“Yup. Today, communities need clean water, good food, a high quality of agriculture and life. And Italy has all this in abundance. In this respect you are a billionaire compared to the average of US residents; I believe that when they ask me where I want to live, I answer in Italy. And all this without considering the landscaping, artistic and cultural heritage. This is my sixty-second visit to Italy and we always go back to you because you are a real open-air laboratory for sustainability. Not everywhere for the truth, but this applies to at least a thousand Italian communities. And it’s not a little. “

Well, one of the problems in Italy is work. Does the Waste Zero Strategy Contribute to Job Creation?

“Yes, for sure, the Waste Zero Strategy offers several opportunities, much more than the incineration that is a ‘black hole’ in this regard. Take, for example, the reuse and repair sector. Today, we already have jobs related to maintenance, reuse and repair, and can be increased. But we do not have anyone working on training people to teach how to repair and reuse objects. Here’s a new occupation. In addition, work on the reuse of building material and its adaptation to new buildings can be developed. These are activities that do not exist in conventional chains but can produce new employees. And it is an articulated chain that has a flow and does not produce end jobs and therefore precariousness. A person without any training, for example, can start working in the separation of waste and then maybe go to repair, improving his job position. “

Today there is much more scientific research, recycling and more generally on waste management than in the past. Do you think we’re on the right track?

“I think so. Today, many scientists, scientists and students are concerned about this, stimulated by the ten points of the Zero Waste Strategy. We need special research on composting, reuse and repair and increasing differentiation in big cities. Not only that, we need to develop new systems to better separate the residual fraction and to get more material to be recycled, and to eliminate as much toxic substances as possible and thus obtain a larger organic fraction useful for compost. “

Only on systems can we search, so?

“There is a very important area where a lot of research is needed: design. The products must be designed to be reused and recycled, and even on this, we need to involve the best minds we have because it is a strategic sector to reach the Zero Waste Goal. And Italy in this can play a very important role because it has some of the best designers and designers in the world. I think if the Italians fail to improve the design of an object, no one else can do it. “

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