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Ott 08

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NOVITA’ dal Blog, SERGIO FERRARIS–NEWS ‘from Blog, SERGIO FERRARIS

NOVITA’ dal Blog, SERGIO FERRARIS

Avrete ormai capito che all’argomento AMBIENTE ci tengo in modo particolare, credo che ci troviamo di fronte a un’emergenza generale, non possiamo davvero più far finta di nulla, la terra sta gridando un grosso SOS!! Riflettiamo inseme riguardo le soluzioni da adottare, proprio iniziando dal nostro piccolo mondo, casa nostra, il vicinato, il paese, la citta’, la regione e così via.

Il grosso pericolo, come sta ad esempio accadendo in Italia, è che non si parli in tv e nei giornali di questo argomento, perchè non “tira” non fa “audience”. Un motivo in più per parlarne e cercare di informarci, scambiamoci pareri, parliamo, per trovare soluzioni adeguate.

In questo contesto risulta prezioso il supporto e la collaborazione di una penna “verde” come Sergio Ferraris, giornalista scientifico e ambientale che da anni si occupa dell’argomento e di tutto ciò che ruota attorno ad esso.

Chi è lui..

Sergio Ferraris è nato a Vercelli poco più di mezzo secolo addietro, è giornalista professionista e scrive di scienza e tecnologia mettendole caparbiamente in relazione ai problemi ecologici e con quelli sociali. Si occupa di questioni energetiche, con particolare attenzione alle rinnovabili, al clima, alla ricerca nel settore delle energie verdi e alle problematiche legate a nucleare e alle fonti fossili. È direttore responsabile, ma non prendetelo troppo sul serio, della rivista QualEnergia di Legambiente, del portale QualEnergia.it e collaboratore, per le questioni energetiche, del mensile di Legambiente La Nuova Ecologia. Oltre a ciò cura la sezione sulle rinnovabili e il clima della rivista Tekneco. È un collabiratore della rivista bilingue, italiano e inglese, Materia Rinnovabile, per la quale si occupa dei processi industriali legati all’economia circolare. Ha curato, come autore, oltre cinquanta documentari di carattere scientifico e ambientale, per il canale di Rai Educational Explora la Tv delle Scienze. Collabora con svariate testate sia tecniche e specializzate, sia generaliste. Recentemente ha riscoperto la propria passione per la motocicletta ed è diventato felice possessore di una favolosa Moto Guzzi Le Mans Mk III del 1983 con la quale ha “instradato”, è il caso di dirlo, anche il figlio maggiore di sette anni, Francesco, sulla via del motociclismo. A chi afferma che guida un mezzo inquinante Euro Zero, Ferraris replica che una motocicletta di oltre trent’anni ha un ottimo Lca (per una spiegazione dell’acronimo c’è Google) e un’impronta ecologica che si abbassa con il passare del tempo. Da qualche tempo gli ronza in testa l’idea fare il retrofit elettrico a una Moto Guzzi, ma rimane insoluto il problema di come riprodurre il rombo delle storiche bicilindriche di Mandello, specialmente con gli scarichi Lafranconi da competizione dei quali la sua  Moto Guzzi Le Mans Mk III è, ovviamente, dotata. Serve quindi un salto tecnologico, perchè quando parliamo di passione è la razionalità, in questo caso quella ecologica, che deve trovare le soluzioni. Perchè a sogni e passioni non si può e non si deve rinunciare

GUNTER PAULI, SARANNO I BAMBINI A CREARE UN FUTURO VERDE

SERGIO FERRARIS INTERVISTA GUNTER PAULI PER MATERIA RINNOVABILE

 

Per Gunter Pauli alla Cop21 si è cercato il consenso ancor prima di cominciare, con il risultato che si è annacquato tutto. Ma non possiamo aspettare oltre: bisogna iniziare subito a fare sul serio, superando gli accordi globali. Occorre agire a livello locale e nelle città puntando su modelli differenti di business e sulla valorizzazione dei territori. 

Gunter Pauli, imprenditore, economista, ecologista, inventore della Blue Economy, tra i promotori del Protocollo di Kyoto, è molto critico sulla Cop21: ha soluzioni green, studiate in venti anni con la propria fondazione Zeri (Zero Emissions Research Initiative) che vanno oltre gli accordi internazionali sul clima e che puntano a risolvere anche i problemi sociali, oltre a quelli ambientali. Lo abbiamo incontrato a Milano, pochi giorni dopo la conclusione della Cop21 di Parigi.

La Cop21 di Parigi sul clima è finita da pochi giorni. Cosa pensa dell’accordo?

“Ho deciso di non andare alla Cop21. Per due motivi. Il primo è che sono convinto che la Camera e il Senato degli Usa non ratificheranno l’accordo fatto da Obama, mentre il secondo è che io partecipai ai lavori della Cop3 – quella dove si decise il Protocollo di Kyoto – e ricordo che noi tutti sapevamo che nella versione originale dell’accordo c’era un gruppo di nazioni molto forte, come l’Europa e il Giappone, che volevano davvero andare avanti nella difesa del clima. Nella Cop21 si è cercato il consenso ancora prima di cominciare e così si è annacquato tutto. Quando ho visto i documenti preparatori ho capito che Cop21 poteva essere solo un appuntamento dove incontrare delle persone interessanti, ma niente altro. Il primo appuntamento per la verifica sarà tra quattro anni, ma non possiamo attendere tutto questo tempo. In definitiva la Cop21 di Parigi è stato un appuntamento che sancisce la fine dei negoziati globali sul clima. È la fine del processo iniziato a Rio nel 1992 ed è una buona chiusura perché ora si può iniziare a fare sul serio.”

Fare sul serio come, in che maniera?

“Dobbiamo agire in maniera reale a livello locale, nelle città, con i cittadini e le comunità. Non dobbiamo aspettare ma puntare più in alto rispetto agli accordi internazionali che hanno fallito. Abbiamo oltre 50 accordi internazionali per la protezione dell’ambiente e l’ambiente non è mai stato così in cattive condizioni come oggi. Non si deve perdere altro tempo con il modello degli accordi globali, ma ci si deve attivare ora. Penso che una delle cose migliori successa durante la Cop21 sia stata l’invito che Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, ha rivolto a migliaia di sindaci di tutto il mondo per discutere su cosa sia possibile fare circa i cambiamenti climatici. E loro possono fare molto di più rispetto a qualsiasi governo nazionale perché i sindaci decidono come agire nelle città.”

Quali sono gli strumenti che possiamo usare per avviare un processo dal basso?

“Il cambiamento più importante riguarda il modello di business. Se continuiamo con la globalizzazione, aumentando il commercio internazionale su scala globale, incrementeremo le emissioni climalteranti. Dobbiamo lavorare con le economie locali cogliendo le opportunità dei territori: se non cambiamo il modello di business non combatteremo i cambiamenti climatici e non risponderemo ai bisogni dei cittadini a livello locale. Non ha senso utilizzare merci che provengono dall’altro capo del mondo, quando si possono produrre vicino a noi.”

Lei sostiene che la lotta ai cambiamenti climatici, senza una direzione chiara, può avere effetti catastrofici. Perché pensa questo e quali sono gli strumenti che abbiamo ora dopo la Cop21?

“Una delle sfide che abbiamo di fronte riguarda il fatto che l’accordo di Parigi non ha strumenti da utilizzare, non possiede obblighi, né adempimenti da rispettare. Nulla. Quindi ora non abbiamo nessuno strumento per forzare chiunque in direzione della tutela del clima. Ci aspettiamo che le persone diventino green, ma dovremmo attendere almeno 25 anni perché lo diventino sul serio? E nel frattempo cosa succede? L’unica maniera per spingere le persone a muoversi ora è, come dicevo, progettare e implementare modelli di business profondamente diversi da quelli attuali.”

Come per esempio?

“Prendiamo il fotovoltaico. Tutti sappiamo che alla fine l’energia solare sarà meno costosa di quella fossile, ma il calo dei prezzi è troppo lento e dobbiamo accelerarlo. Si tratta di un processo che necessita un altro tipo d’approccio e che non è possibile con gli strumenti che si imparano nei master di business administration, con i quali ci si focalizza su una cosa sola per volta, come la CO2, l’acqua, l’elettricità o le auto. Se ci si occupa solo di un aspetto produttivo non è possibile uscire dalla ‘trappola’ dell’inquinamento e delle emissioni climalteranti. Abbiamo bisogno di lavorare come opera la natura. Dobbiamo trasformare tutti i modelli di business in ecosistemi che sono molto più efficienti di quanto pensiamo. Anzi lo sono più di qualsiasi sistema pensato dagli ingegneri e dai manager. Secondo me la principale questione è il cambiamento del modello di business.”

E in che maniera possiamo realizzarlo?

“Prima di tutto dobbiamo rispondere ai bisogni locali con soluzioni locali, quando è possibile. È necessario creare sviluppo economico non grazie alle esportazioni, ma agendo sulle necessità locali. Negli Usa, per esempio, il 25% dei bambini nascono in povertà. Non è accettabile che nella nazione più ricca del pianeta un quarto dei nuovi nati sia povero fin dall’inizio della propria esistenza. Oggi possiamo vedere in maniera chiara i limiti delle risorse e come stiamo moltiplicando gli effetti di ciò nelle economie locali. Far arrivare il salmone dal Cile, le mele dal Sudafrica o i computer dalla Cina, per interessi economici, significa deprimere i territori, mentre dovremmo dare sicurezza alle persone più povere, sviluppando questi territori. La natura lo fa da sempre. Gli ecosistemi rispondono ai bisogni locali con le risorse locali. Dobbiamo imparare a vivere con dei limiti, il che non significa tornare al medioevo all’età della pietra e vivere in povertà.”

Bene, ma in concreto abbiamo delle soluzioni realizzabili oggi?

“Sì. Prendiamo, per esempio, una tazzina di caffè, prodotto commercializzato a livello globale, come molti altri. Quando beviamo un caffè ne consumiamo solo lo 0,2% e il residuo – cioè il 99,8% del prodotto – non dovrebbe essere buttato via perché è una risorsa. Il caffè utilizzato può essere impiegato come concime nella coltivazione dei funghi e gli scarti di questa coltivazione possono diventare, a loro volta, proteine per l’alimentazione dei polli. In questa maniera abbiamo tre prodotti anziché uno solo e, visto che la produzione mondiale di caffè è di dieci milioni di tonnellate, otterremmo il triplo di prodotti. Ma per fare ciò non si deve ‘chiudere’ il caffè nelle capsule d’alluminio, come avviene ora con il commercio globale, ma incapsularlo nelle bioplastiche basate sul cardo che si possono produrre a livello locale e consentono il riutilizzo del caffè. Questo è un modo nel quale si sviluppa anche l’economia locale dando reddito alle persone che vivono nei territori. Oggi invece abbiamo abbracciato la logica opposta, esternalizzando tutti i costi ambientali e utilizzando solo il commercio internazionale.”

Quindi l’Europa che pensa d’uscire dalla crisi puntando sulle esportazioni sbaglia?

“La Germania, per esempio, dipende dall’esportazione e per questo motivo è tra i primi dieci paesi del mondo in termini di occupazione. Ma nelle altre nazioni non si genera lavoro e aumenta la povertà: questa è una trappola perché così l’occupazione cresce solo in dieci paesi e aumenta l’emigrazione. Questa dinamica si nota anche in Italia, dove i territori periferici, come le isole perdono abitanti da oltre 25 anni, perché le persone non vedono un futuro in questi luoghi. È necessario trovare un bilanciamento tra il commercio e la risposta ai bisogni locali. L’Italia è un caso interessante perché è una delle poche nazioni che ha fatto dei passi concreti nella bioeconomia. E una delle cose che dobbiamo fare è proprio riconnettere l’agricoltura con l’industria. Oggi si pensa che l’agricoltura sia il passato e che il lavoro in questo settore non produca sviluppo economico. Non è vero. Basta osservare i settori della produzione alimentare e della realizzazione delle macchine per questa attività. Occorre integrare il settore industriale primario e quello secondario, producendo valore nelle nostre economie. Ma bisogna considerare che la crescita non è fatta di numeri assoluti, anzi, oggi abbiamo perso la cognizione dell’aumento del valore complessivo perché la globalizzazione e il commercio internazionale ci spingono a pensare solo al taglio dei costi. Per questa ragione la maggior parte delle aziende italiane produce oltre oceano. La domanda è: quanti dei vantaggi della produzione agricola, dalla pesca, dall’attività mineraria, possiamo far ricadere sulla produzione dei beni a livello locale?”

Nuovo bilanciamento, per nuovi vantaggi. Ma su che scala, visto che quella globale ha dei limiti?

“Anche il livello nazionale non funziona. Bisogna puntare sul modello e sull’identità regionale come ha fatto l’Unione europea. Penso che quando si scommette sull’identità regionale si può far crescere l’economia locale in maniera più forte rispetto al fatto di puntare sull’economia globalizzata. Anche se ci sono delle contraddizioni, basta pensare all’acqua. Sulle risorse idriche abbiamo investito miliardi di euro in infrastrutture a livello locale, ma compriamo l’acqua in bottiglie di plastica, realizzate con il petrolio e commercializzate dalle marche internazionali a un prezzo cinquanta volte maggiore. Sviluppare economie di questo tipo è una cosa senza senso. L’esperienza che abbiamo fatto con la fondazione Zeri in diverse parti del mondo è che un’economia diversa non solo è possibile, ma è anche l’unica via per avere la piena occupazione. Oggi ci si sorprende quando si parla di piena occupazione e la maggioranza dei politici dice che è irrealizzabile, però se si pensa che non sia possibile in partenza è ovvio che l’obiettivo non si raggiungerà mai e si accetteranno percentuali come il 10, il 15 o il 20% di disoccupazione. È sufficiente vedere cosa succede in Spagna, dove hanno creduto che con l’economia globale si potesse dimezzare la disoccupazione e oggi hanno il 25% dei giovani che non hanno mai avuto un lavoro in tutta la loro vita. Che tipo di società si realizza quando si danno come priorità la competitività globale e il commercio internazionale? Quando le persone mi dicono che non hanno nulla e quindi non possono fare nulla, io rispondo: ‘guardate ancora.

”Siamo abituati all’alta intensità energetica. Come possiamo pensare di continuare ad avere sufficiente benessere con una minore intensità energetica?

“Diamo per scontata l’alta intensità energetica e il fatto d’averne bisogno. Un esempio. All’industria serve energia per produrre aria compressa, ma la pompa dell’aria più efficiente del pianeta è la balena che è in grado di comprimere centinaia di litri d’aria con sei volt d’elettricità e senza manutenzione per 80 anni. Chi è quell’ingegnere che oggi può raggiungere l’efficienza della balena? Questo è ciò che dobbiamo realizzare. Noi pensiamo in maniera inefficiente e siamo molto lontani da ciò che fanno le altre specie. Pompando l’aria come fanno le balene potremmo risparmiare il 90% dell’energia impiegata nell’operazione. E non si tratta di una cosa da poco visto che la compressione d’aria rappresenta il 10% dei consumi industriali. Quindi possiamo passare dal 10 all’1% imparando dalle balene, risparmiando energia e costi. Noi crediamo d’essere efficienti solo quando non facciamo una comparazione dei nostri standard d’efficienza con quelli della natura. Penso che abbiamo creato il bisogno di un’elevata intensità energetica perché abbiamo accettato come usuale una progettazione energeticamente inefficiente.”

Bene le balene e i processi industriali. Ma nel quotidiano?

“La casa ha delle enormi possibilità. L’80% di tutto ciò che usiamo nelle nostre abitazioni oggi è alimentato da corrente continua, ma utilizziamo la corrente alternata a 220 volt. Questo perché vogliamo produrre elettricità in maniera centralizzata trasmettendola per lunghe distanze, tutto ciò è molto inefficiente. Prendiamo, per esempio, il caso dei led alimentati dai pannelli fotovoltaici. Il fotovoltaico genera corrente continua che viene convertita in alternata e riconvertita in continua per alimentare i led. Una doppia conversione che è un doppio spreco. Nelle nostre case non abbiamo piccole reti in corrente continua per cui perdiamo il 20-30% dell’elettricità nelle conversioni. Si tratta di una cosa senza senso quando si hanno pannelli fotovoltaici sul tetto.”

Come possiamo diffondere queste idee, questa visione alle imprese e convincerle?

“Occorre coinvolgere i leader di mercato. In Olanda, per esempio, la seconda compagnia distributrice d’elettricità, la Eneco, ha deciso di promuovere la fornitura di corrente continua nelle nuove aree urbane. E le città sono molto interessate a usare nel migliore modo possibile la propria elettricità, a loro non importa trasportarne una grande quantità per lunghe distanze. Alle città preme avere elettricità al prezzo più basso, in maniera stabile e magari da fonti rinnovabili. Anche le grandi aziende di elettrodomestici stanno guardando con interesse alla corrente continua e hanno ingegneri specializzati in corrente continua che studiano come usarla e abbandonare la corrente alternata. Poi è necessario sviluppare la domanda da parte dei consumatori per incoraggiare questa transizione. I centri urbani, per esempio, possono promuovere l’utilizzo di sistemi a led senza inverter e trasformatori, imponendo rapidamente questi nuovi standard per incrementare l’efficienza. Ma manca una connessione: la maggior parte degli studenti d’ingegneria non impara quasi nulla sulla corrente continua e i suoi vantaggi. Se non stimoliamo e formiamo in questa direzione le menti della prossima generazione di creativi potremmo perdere questa e altre sfide.”

Per finire. Lei ha sei bambini: c’è qualcosa che si può fare, oltre a ciò che mi ha già detto, per le generazioni future?

“Penso che come padre la più grande responsabilità che ho non è quella d’insegnare cose ai miei figli, ma quella di ispirarli. Noi dobbiamo stimolare i bambini con idee che oggi non sono in televisione, che non sono pubblicizzate. Siamo diventati esperti nel diffondere, anche ai nostri figli, solo cattive notizie, come l’estinzione di molte specie, la distruzione di intere foreste alle quali ora si aggiungono quelle sull’economia, sul lavoro. L’urgenza verso la prossima generazione è quella di raccontare le cose incredibili che sono possibili e che la nostra generazione non ha fatto. Dobbiamo dedicare ogni giorno tre minuti a ispirare i bambini, per narrare storie, per condividere. Credo che questo mondo possa andare nella direzione giusta se noi ci lasciamo alle spalle i politici internazionali, i banchieri, i trader di Borsa. E iniziamo a ispirare i nostri bambini.”

L’intervista è stata realizzata per Materia Rinnovabile

www.sergioferraris.it

NEWS ‘from Blog, SERGIO FERRARIS

By now you’ve realized that the topic ENVIRONMENT I want in particular, I believe that we are faced with an emergency general, we can not pretend nothing really more, the earth is crying a big SOS !! Let’s think about the solutions to be adopted concomitantly, just starting from our small world, our home, the neighborhood, the town, the city ‘, the region, and so on.
The great danger, as is happening for example in Italy, is that you do not talk on TV and in the newspapers this subject, because it does not “pull” no “audience.” One more reason to talk about it and try to inform us, let us exchange opinions, we talk, to find appropriate solutions.
In this context, valuable support and collaboration of a pen “green” as Sergio Ferraris, scientific and environmental journalist who for years dealing with the subject and everything that revolves around it.

Who is he..
Sergio Ferraris was born in Vercelli little more than half a century ago, it is a professional journalist and writes about science and technology by putting them stubbornly in relation to ecological and other social problems. Deals with energy issues, with particular focus on renewable, climate, research in the field of green energy and to issues related to nuclear and fossil fuels. Director is responsible, but do not take it too seriously, the QualEnergia magazine of Legambiente, the QualEnergia.it portal and collaborator, energy issues, the monthly Legambiente New Ecology. Beyond that care section on renewable and climate of Tekneco magazine. It is a collabiratore the bilingual magazine, Italian and English, Renewable Matter, for which deals with industrial processes related to the economy round. He edited, as the author, more than fifty documentaries of scientific and environmental nature, for the TV channel Rai Educational Explora Science. He collaborates with various publications both technical and specialized, both generalist. He recently rediscovered his passion for the motorcycle and became happy owner of a fabulous Moto Guzzi Le Mans Mk III of 1983 with which he “routed”, is to be said, even the eldest son of seven years, Francis, on via motorcycle. Who says driving a polluting means Euro Zero, Ferraris replied that a motorbike of more than thirty years has a great LCA (for an explanation of Acronym is Google) and an ecological footprint that is lowered with the passage of time . For some time the buzzing in the head the idea to do the electrical retrofit to a Moto Guzzi, but it remains unsolved the problem of how to play the roar of historical twins from Mandello, especially discharges Lafranconi competition of which his Moto Guzzi Le Mans MK III is, of course, equipped. This needs a technological leap, because when we speak of passion is rationality, in this case the ecological, it must find solutions. Because in dreams and passions you can not and must not give up.

GUNTER PAULI, CHILDREN WILL CREATE THE FUTURE GREEN

SERGIO FERRARIS INTERVIEW GUNTER PAULI  FOR MATERIA RINNOVABILE

By Gunter Pauli at Cop21 we have sought the consent even before we begin, with the result that it is watered down everything. But we can not wait any longer: you have to start now to get serious, surpassing global agreements. It must act locally and in the cities by focusing on different business models and on the enhancement of the territories.

Gunter Pauli, entrepreneur, economist, environmentalist, inventor of the Blue Economy, one of the promoters of the Kyoto Protocol, is very critical of the Cop21: has green solutions, designed over twenty years with his own foundation Zeri (Zero Emissions Research Initiative) that go beyond international agreements on climate and that point to solve social problems, as well as environmental ones. We met him in Milan, a few days after the conclusion of Cop21 Paris.

The Cop21 Paris climate has been over for a few days. What do you think of the agreement?

“I decided not to go to Cop21. For two reasons. The first is that I am convinced that the Chamber and the Senate of the United States did not ratify the agreement made by Obama, while the second is that I participated in the work of COP3 – the one where it was decided the Kyoto Protocol – and I remember that we all knew that in the original version of the agreement was a group of very strong nations, such as Europe and Japan, who wanted to really get ahead in climate protection. In Cop21 we have sought the consent even before you start and so was watered down everything. When I saw the preparatory documents I realized that Cop21 could be just an appointment to meet someone interesting, but nothing else. The first date for verification will be in four years, but we can not wait all this time. Ultimately the Cop21 Paris was an event that marks the end of the global climate negotiations. It’s the end of the process started in Rio in 1992 and is a good closing because now you can start to get serious. “

Get serious as, in what way?

“We must act in a real way at the local level, in cities, with citizens and communities. We should not wait but to aim higher than the international agreements that have failed. We have over 50 international agreements for the protection of the environment and the environment has never been in such bad conditions like today. You should not waste any more time with the model of the global agreements, but we must now turn. I think one of the best things that happened during the Cop21 was the invitation that Anne Hidalgo, the mayor of Paris, addressed to thousands of mayors from around the world to discuss what can be done about climate change. And they can do much more than any national government because the mayors decide how to act in the cities. ”
What are the tools that we can use to start a bottom-process?
“The most important change in the business model. If we continue with globalization, increasing international trade on a global scale, we will increase the climate-changing emissions. We must work with local economies by seizing the opportunities of the territories: if we do not change the business model does not fight climate change and we will not respond to the needs of citizens at local level. It makes no sense to use goods coming from the other side of the world, when you can produce close to us. “

She claims that the fight against climate change, with no clear direction, can have catastrophic effects. Why do you think this and what are the tools we have now after Cop21?

“One of the challenges we face is the fact that the Paris Agreement does not have tools to use, has no obligations or obligations to be respected. Nothing. So now we have no tools to force anyone in the direction of climate protection. We expect that people will become green, but we should wait at least 25 years because they become serious? And in the meantime, what happens? The only way to get people to move now, as I said, design and implement business models very different from the current ones. “

As an example?

“We take photovoltaics. We all know that eventually the solar energy will be less expensive than the fossil, but the price decline is too slow and we have to speed it up. It is a process that requires another type of approach, and that is not possible with the instruments that are learned in master business administration, with which one focuses on one thing at a time, such as CO2, water , electricity or the car. If you are only dealing with a productive aspect you can not get out of the ‘trap’ of pollution and climate-changing emissions. We need to work as a work of nature. We have to turn all the business models in ecosystems that are much more efficient than we think. Indeed they are the most of any system designed by engineers and managers. I think the main issue is the change of the business model. “

And in what way can we achieve it?

“First of all we have to respond to local needs with local solutions where possible. You do not need to create economic development through exports, but acting on the local needs. In the US, for example, 25% of children are born into poverty. It is unacceptable that in the richest nation on the planet quarter of newborns is poor since the beginning of its existence. Today we can see clearly the limits of the resources and how we are multiplying the effects of this in local economies. Getting the salmon from Chile, apples from South Africa or computers from China, for economic interests, means depress the territories, while we should give security to the poorest people, developing these territories. Nature has been doing it forever. Ecosystems respond to local needs with local resources. We must learn to live with the limitations, which does not mean to go back to the Middle Ages to the Stone Age and live in poverty. “

But in practice we have workable solutions today?

“Yup. Take, for example, a cup of coffee, product marketed globally, as many others. When we drink coffee we consume only 0.2% and the remainder – ie 99.8% of the product – should not be thrown away because it is a resource. The coffee used can be employed as fertilizer in the cultivation of mushrooms and the scraps of this crop can become, in turn, proteins for the feeding of chickens. In this way we have three products instead of one and, as the world’s coffee production is ten million tons, we would get the triple product. But to do that you should not ‘close’ the coffee into aluminum capsules, as happens now with global trade, but encapsulating it in bioplastics based on thistle that can be produced locally and allow the coffee reuse. This is one way in which it also develops the local economy by giving income to people living in the territories. Today, however, we have embraced the opposite logic, outsourcing all environmental costs and using only international trade. “

So Europe thinking of ending the crisis by focusing on exports wrong?

“Germany, for example, depends on exports, and for this reason it is among the top ten countries in the world in terms of employment. But in other countries it does not generate jobs and increase poverty: this is a trap because then employment grows only in ten countries and increased emigration. This trend is also noticeable in Italy, where the outlying regions, as the lost islands inhabitants for over 25 years, because people do not see a future in these places. You must find a balance between trade and the response to local needs. Italy is an interesting case because it is one of the few nations that has taken concrete steps in the bio-economy. And one of the things we have to do is just re-connect agriculture with industry. Today it is thought that agriculture is the past and that the work in this sector does not produce economic development. It’s not true. Just look at the areas of food production and the realization of machines for this activity. Necessary to integrate the primary industry and the secondary, delivering value in our economies. But we must consider that the growth is not made of absolute numbers, in fact, today we have lost track of the increase in total value because globalization and international trade drive us to think only of cutting costs. For this reason the majority of Italian companies producing overseas. The question is how many of the benefits of agricultural production, fishing, by mining, we can fall back on the production of goods locally? “

New balance, for new benefits. But on that scale, since the global one has limits?

“Even the national level does not work. We must focus on the model and on regional identity as did the European Union. I think when you bet on regional identity can grow the local economy more strongly than the fact of pointing globalized economy. Although there are contradictions, just think of the water. On water resources we have invested billions of euro in local infrastructures, but we buy water in plastic bottles, made with oil and marketed by international brands at a price fifty times greater. Developing economies of this type is a nonsense. The experience we had with the Zeri Foundation in different parts of the world is that different economy is not only possible, but it is also the only way to have full employment. Today we are surprised when we talk about full employment and the majority of politicians say it is impossible, but if you think it is not possible at the start it is obvious that the goal will never be reached and be accepted as the percentage of 10, 15 or 20% unemployment. You simply see what happens in Spain, where they believed the global economy could halve unemployment and today have 25% of young people who have never had a job throughout their lives. What kind of society is realized when you give a priority to global competitiveness and international trade? When people tell me they have nothing and can not do anything, I say, ‘look again

“We are used to the high energy intensity. How can we expect to continue to have sufficient health with less energy intensive?

“We take for granted the high energy intensity and the fact of having need. An example. Industry need energy to produce compressed air, but the most efficient of the planet air pump is the whale which is able to compress hundreds of liters of air with six volts of electricity and without maintenance for 80 years. Who is the engineer who today can achieve efficiency of the whale? This is what we must achieve. We think inefficiently and we are very far from what we do the other species. By pumping the air as do the whales we could save 90% of the energy used in the operation. And this is not a trivial matter as the air compressor accounts for 10% of industrial consumption. Then we can go from 10 to 1% by learning from the whales, saving energy and costs. We believe that we shall be effective only when we make a comparison of the efficiency of our standards with those of nature. I think we have created the need for high energy intensity because we have accepted as normal an energy inefficient design. ”

Well whales and industrial processes. But in everyday life?

“The house has enormous possibilities. The 80% of everything we use in our homes as direct current is fed today, but we use alternating current at 220 volts. This is because we want to produce electricity in a centralized manner by transmitting it over long distances, everything is very inefficient. Take, for example, the case of the LEDs powered by photovoltaic panels. The photovoltaic generates direct current that is converted into alternating and converted into continues to power the LEDs. A double conversion which is a double waste. In our homes we have not small in current mains so we lose 20-30% of the electricity in the conversions. It is a nonsense when you have solar panels on the roof. ”

How can we spread these ideas, this vision to companies and convince them?

“We need to involve the market leaders. In the Netherlands, for example, the second electricity distribution company, Eneco, has decided to promote the supply of direct current in the new urban areas. And the cities are very interested to use in the best way possible their own electricity, they do not care trasportarne a large amount for long distances. The city presses have electricity at the lowest price, on a stable and even from renewable sources. Even large appliance companies are watching with interest to DC and have current engineers continue studying how to use it and leave the AC. Then you need to create demand by consumers to encourage this transition. The urban centers, for example, can promote the use of LED systems without inverters and transformers, by imposing these new standards quickly to increase efficiency. But it lacks a connection: most of the engineering students do not learn almost nothing about DC and its advantages. Unless we stimulate and train in this direction the minds of the next generation of creative we could lose this and other challenges. “

Finally. She has six children: there is something you can do in addition to what has already been said, for future generations?

“I think as a father the biggest responsibility I have is not the one to teach things to my children, but to inspire them. We must stimulate the children with ideas that are currently not on television, that are not advertised. We got good at spreading, even to our children, only bad news, such as the extinction of many species, the destruction of entire forests to which are added those now on the economy, on the job. The urgency to the next generation is to tell the amazing things that are possible and that our generation did not. We need to spend three minutes each day to inspire the kids, to tell stories, to share. I believe that this world can go in the right direction if we leave behind international politicians, bankers, stock market trader. And we begin to inspire our children. “

The interview was conducted for materia rinnovabile

www.sergioferraris.it

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